Il sardo a scuola nell’era web seminario con gli esperti – La Nuova Sardegna

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GHILARZA. L’insegnamento del sardo nella scuola dell’obbligo, gli strumenti legislativi a disposizione delle istituzioni per promuovere la divulgazione della lingua sui banchi di scuola e l’uso dell’idioma nell’era di internet sono gli argomenti principali che saranno trattati nel seminario organizzato dai Comuni di Ghilarza e Norbello e dall’Ufficio della lingua e della cultura sarda. La conferenza si terrà il 15 dicembre nell’auditorium comunale Aldo Moro per una platea di studenti e insegnanti delle medie, ma sarà aperta anche agli uditori esterni. I lavori, coordinati da Sara Firinu, prenderanno il via alle 9,30 con gli interventi dei sindaci Stefano Licheri e Antonio Pinna e dei dirigenti degli istituti comprensivi di Ghilarza e Abbasanta, Carlo Passiu e Quintino Melis. Subito dopo la parola passerà a Giuseppe Corongiu. Il direttore del Servizio regionale della lingua sarda riferirà dell’impegno della Regione relativamente all’insegnamento del sardo.Seguiranno i contributi di alcuni studiosi della lingua sarda. (mac)


dae http://lanuovasardegna.gelocal.it/oristano/cronaca/2012/12/09/news/il-sardo-a-scuola-nell-era-web-seminario-con-gli-esperti-1.6171892

“Bilinguismu Creschet”: Casteddu, su 27 de santandria de su 2012

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Assessoradu de s’istrutzione Pùblica, Benes Culturales, Informatzione,
Ispetàculu e Isport
Assessorato dela Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione,
Spettacolo e Sport

Diretzione Generale de sos Benes Culturale, Informatzione, Ispetàculu e
Isport

Servìtziu Limba e Cultura Sarda

La presente per informare che il giorno martedì 27 novembre 2012 alle ore
10.30, presso i locali della Biblioteca Regionale, in viale Trieste 137, a
Cagliari, sarà presentato il progetto

“Bilinguismu Creschet”. Si tratta di una serie di iniziative di promozione e
sensibilizzazione della popolazione sui vantaggi del bilinguismo precoce nei
bambini promossa dalla Regione Autonoma della Sardegna in collaborazione con
l’Università di Edimburgo. “Bilinguismu creschet” è una filiale del progetto
“Bilingualism Matters”, iniziativa di successo che in Scozia ha ottenuto
moltissimi risultati e che si è estesa poi in Norvegia, in Grecia e, in
Italia, in Trentino. Ora sbarca anche in Sardegna dove si spera di
incontrare il favore della popolazione e di estirpare molti luoghi comuni
sbagliati sull’apprendimento precoce delle lingue che purtroppo sono
particolarmente diffusi. Nell’occasione, oltre alle autorità regionali, sarà
presente Antonella Sorace, professore titolare della cattedra di Linguistica
Acquisizionale dell’ateneo scozzese, la quale illustrerà, in una conferenza
di informazione e formazione, le ultime ricerche e gli ultimi aggiornamenti
sul tema. Vista la particolare qualità dell’iniziativa e dell’ospite, si
tratta di un’occasione speciale di aggiornamento e/o sensibilizzazione per
i docenti e il personale didattico, ma anche di tutti coloro che si occupano
di questi temi o che intendono occuparsene. Oltre che un’interessante
confronto per qualsiasi genitore. Dalle ricerche dell’Università di
Edimburgo emerge che i bambini bilingui o trilingui dalla nascita posseggono
tutta una serie di abilità cognitive sorprendenti rispetto agli altri. Sono
più portati ai cambi disciplinari, imparano meglio e più in fretta le lingue
straniere e, a quanto sembra, da grandi avranno meno problemi con le
malattie neuro-degenerative. L’uso di precoce molte lingue favorisce insomma
menti creative e dinamiche. I vantaggi del bilinguismo riguardano,
ovviamente, anche le lingue minoritarie come il sardo. Tutte le informazioni
verranno fornite dalla professoressa Sorace in modo piacevole, brillante e
molto interessante. Investire nel bilinguismo, o multilinguismo dei bambini,
rappresenta, insomma, nel mondo di oggi e domani, una risorsa economica per
il futuro.

La S.V. è invitata a partecipare

Dr. Giuseppe Corongiu

Servìtziu Limba e Cultura Sarda

Diretzione Generale de sos Benes Culturales, Informatzione, Ispetàculu e
Isport Assessoradu de s’Istrutzione Pùblica, Benes Culturales,
Informatzione, Ispetàculu e Isport

Regione Autònoma de Sardigna

Viale Trieste 186

09131 Casteddu – Cagliari 

Lezione per il 17 marzo 2013: appunti sull’Inno e sull’Unità d’Italia da parte di un insegnante sardo. Quasi un pamphlet.

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Lezione per il 17 marzo 2013: appunti sull’Inno e sull’Unità d’Italia da parte di un insegnante sardo. Quasi un pamphlet. (1/2)

di Giuseppe Corongiu

 

Cari allievi, dobbiamo essere grati al nostro Parlamento italiano che il 9 novembre scorso ha approvato una legge che ci consente nella giornata di oggi di cantare l’Inno di Mameli e di fare una riflessione sull’unità nazionale. Anzi, veramente ce lo impone, ma, si sa, i dettagli indeboliscono le tesi, quindi facciamo finta che sia una libera scelta.  Siamo tutti riuniti in quest’aula: proviamo solo per un attimo a pensare veramente a questa unità nazionale. Che cos’è, com’è nata, cosa ha prodotto, che mali ha portato, quali benefici e a chi. E’ giusta, non lo è; è intoccabile, non lo è; è una scelta definitiva o non lo è. Gli Stati-Nazione sono contratti sociali come vuole la parte più liberale della filosofia europea o sono vincoli quasi religiosi che ci legano immantinente come vuole la vulgata nazionalista? Un contratto può essere anche sciolto, un legame semi-divino, si sa, no. La devozione alla Stato–Nazione è la nuova forma di assolutismo contemporaneo. Una dittatura di apparati indottrinati. il pensiero è debole, ma gli apparati forti. E purtroppo la democrazia non tempera abbastanza questa nuova forma di tirannia, incrinata invece dal gioco del libero mercato che mette in luce le dittature del futuro: quelle finanziario – speculative.  Se lo Stato-Nazione è una religione, noi siamo solo anime devote che debbono obbedire al clero. Giusto?

 

Cari allievi, io non riuscirei mai a insegnarvi una verità per bugia. Ho il dovere di dirvi che lo Stato è un’invenzione, tutti gli stati sono un’invenzione. Sono una costruzione umana. Non nascono per volontà e destino divino.  Lo sanno tutti. Il problema è che la gente ci vive dentro: vittima o carnefice, non si sa. Consapevole o meno, non si capisce. Di sicuro una cosa posso dirvi: i 150 anni dell’unità d’Italia, lo scorso anno, sono stati un’occasione mancata per le classi dirigenti italiane (e sarde) per riflettere seriamente sulle ragioni dello stare insieme tutta questa gente e tutti questi popoli che prima andavano un po’ per conto loro. E’ mancata la riflessione seria. Mi vengono in mente Umberto Eco e Roberto Benigni. Terribili. Due persone intelligenti che in nome del nazionalismo granditaliano hanno buttato le loro intelligenze all’ammasso. E poi fior fiore di intellettuali civettuoli e saccenti. Quelli più insopportabili sono i piemontesi e i comunisti, se poi hanno tutte e due le qualità…

Cari allievi, ci siamo raccontati ancora le verità di comodo della leggenda risorgimentale, come se fosse vera. Come quando ci raccontiamo le storielle di Adamo ed Eva e del serpente, di Noè e della creazione. Lo sappiamo che sono favolette (copiate da altre favolette), ma ci piace tanto la loro realtà rassicurante, il loro spirito ingenuo. La pretesa della verità semplice. Ci rassicurano, insomma. Così ci conforta sapere che esiste una favoletta ufficiale dell’unificazione della Penisola italiana e di alcune isole in uno Stato-Nazione imperituro. Che da allora si è imposto e non vuole saperne di mettersi in discussione. Non vuole proprio saperne: come se fosse veramente un’entità divina e sacra, non un contratto tra comunità, popoli e uomini (e donne e altri) che sono liberi.  Insomma, un’istituzione che doveva portare la libertà dallo straniero (quale?) nega invece la liberta principale: quella di scegliere il proprio destino. E invece, la “Forza del Destino” era il motto dei risorgimentalisti romantici come ben ha raccontato lo storico inglese Duggan.  Infatti, all’interno di questa entità sacrale, che è lo Stato, esiste una legge che mette al bando qualsiasi ipotesi diversa. E che ha creato una casta sacerdotale (l’apparato) a difesa della purezza e della sua stessa esistenza. E libertà questa? Decidete voi, io sono solo il vostro maestro, il mio compito è farvi riflettere, non indottrinare. Già, proprio così. Perché il Parlamento vuole che io vi indottrini?

Ma, Cari Allievi, l’occasione è propizia, in questa prima giornata e primo anno di applicazione della legge, per farla qualche riflessione e provare a raccontare una storia diversa di questo “contratto sociale e nazionale” che non si può sciogliere, pena la dichiarazione di reato. Giudici, apparati, editorialisti, magistrati e carabinieri sono lì pronti affinché niente di brutto avvenga. Ma voi sapete che questo Stato è nato da una serie di forzature, imbrogli e ruberie che raccontarle tutte ci vorrebbero altri 150 anni? Lo sapete che questa Italia è stata una costruzione talmente artificiale e forzata, con genti talmente diverse l’una dall’altra che si è dovuto inventare il nazionalismo autoritario più becero del mondo per tenerla in piedi? Lo sapete che sono stati inventati dei miti paradossali per imbrogliare e corrompere la coscienza critica delle persone? Si è dovuta imporre una lingua letteraria-artificiale e che nessuno parlava, in gran fretta.  Non lo sapete? Si è dovuto isolare l’Italia dal mondo per far credere alla gente che il “Bel Paese” fosse il migliore dei mondi possibili? Ve lo racconto io,  ma in pillole, perché una giornata non basta. Il Parlamento poteva dedicare almeno un mese all’anno allo studio dell’unità d’Italia. Sono stati troppo egoisti, troppo avari come sempre. Invece, le catastrofi vanno studiate bene. Per non ripetere sempre gli stessi errori.

Ecco le tracce di pensiero che vi propongo, cari allievi.

 

L’autoritarismo come tratto costante dell’italianità

L’unificazione nazionale italiana è stata promossa e realizzata nella seconda metà dell’Ottocento, quando le nazionalità europee erano già formate da parecchi secoli. Non è stato dunque un processo lineare e spontaneo o condiviso dalle masse. E’ stato un progetto politico e culturale condotto da élite della borghesia e piccola nobiltà. Soprattutto del Nord Italia. Imbevute di retorica e nazionalismo post romantico conservatore o democratico. Le grandi masse popolari non hanno quasi mai partecipato se non quando la forza militare piemontese ha prevalso. E pertanto per mettere insieme tutti questi popoli diversi, queste lingue, queste esperienze istituzionali così diametralmente opposte, c’è voluto un grande sforzo da parte dello Stato. Lo sforzo è stato essenzialmente antidemocratico, antipopolare e autocratico. L’invenzione dell’Italia è stata imposta con la forza, con l’imbroglio, con la disinformazione e con la mistificazione. L’Italia è nata grazie a un grande processo antidemocratico.  E’ per questo che lo Stato, sia esso Regno Liberale, o Regno fascista, o Repubblica, ha pur sempre una grande forza autocratica e antidemocratica che risiede negli apparati. Questi apparati si sentono, a torto o a ragione, depositari della sovranità. Ed esercitano questo potere. E questa prerogativa. L’Italia nasce dall’autoritarismo e mantiene sempre con se questo tratto autoritario. La sovranità popolare deve fare i conti con questi apparati. Forever. Cantate, l’Inno, cari allievi, cantate.

 

Imbrogli del Risorgimento

Il primo grande imbroglio è stata la Perfetta Fusione della Sardegna. Senza rispettare le leggi del Regno che prevedevano la convocazione del Parlamento, una delegazione di notabili sardi è andata a Torino nel 1847 e ha rinunciato alla sovranità in cambio di una manciata di seggi. Così i Savoia, illegittimamente, non solo sono diventati Re grazie alla Sardegna, ma hanno fagocitato lo Stato che li aveva legittimati a livello internazionale e senza il quale non avrebbero potuto fare il Risorgimento. La Sardegna del resto era stata trattata nel secolo prima come una vera colonia e spogliata di molte delle sue ricchezze, compresi i boschi e le terre comuni. Per non parlare della lingua e della sua memoria di nazione. I sardi, è vero, alla fine del Settecento si erano ribellati fino al 1812, ma le rivolte furono stroncate nel sangue. Ma questo è niente in confronto ai famosi plebisciti. Il Regno di Sardegna-Piemonte attaccava militarmente tutti gli stati liberi e sovrani (non in mano al fantomatico “straniero” austriaco) e poi organizzava dei plebisciti per legittimare l’annessione. Tutti vinti ovviamente. Ma sapete come si svolgevano? Si entrava nel seggio alla presenza di militari piemontesi armati fino ai denti e si votava in due urne separate: una per il no, l’altra per il sì. Davanti a fucili e baionette piemontesi in quanti sceglievano l’urna del no? Pochissimi.

Può uno Stato fondato sulla corruzione e sull’imbroglio generare una vita democratica e onesta? Può una classe dirigente che non riflette sulla sua origine governare per il meglio i popoli che amministra? Mi fanno tenerezza quelli che ci credono. Cantate, l’Inno, cari allievi, cantate.

 

Lo sguardo “europeo” e l’uomo nuovo italiano

La penisola italiana prima dell’unificazione era una terra europea frantumata da quella che oggi chiameremo “balcanizzazione”.  Anche gli italiani erano considerati “malunidos“. Circolavano tanti luoghi comuni, miti e stereotipi sugli “italiani” in Europa. Gli autori europei del Grand Tour hanno lasciato pagine memorabili che andrebbero studiate. Si diceva che fossero tutti corrotti, ladri, effeminati, bigotti, azzimati e che non meritassero di avere tutte quelle opere d’arte lasciate dall’età classica e dal Rinascimento. Si diceva, in particolare, che le donne fossero particolarmente lascive e gli uomini poco adatti all’arte, alla vita e ai valori militari, cosa allora molto importante.  Questo giudizio europeo anti-marziale sugli italiani è una cosa che ha influenzato la vita della nascente nazione italiana molto più di quanto non si creda. Tutta la storia del Regno si è sviluppata nei suoi quasi primi cento anni di vita con la fissazione di rispondere a questo luogo comune e pregiudizio anti-italiano. La frustrazione era sempre all’ordine del giorno. Tant’è che il Regno, per reagire a questi luoghi comuni europei,  ha sempre combattuto guerre in attacco, mai difensive e che la fissazione di Mussolini era quella di creare “l’uomo nuovo”, l’italico perfetto, il fascista. Un uomo impavido, coraggioso, atletico, sportivo, marziale e militare coraggioso e crudele. Un italiano fuori dai luoghi comuni. E infatti, in battaglia, per reazione, gli italiani si sono macchiati dei crimini più efferati in Libia, in Abissinia, in Slovenia , in Grecia, in Croazia. E quasi mai si è riusciti a finire una guerra dalla stessa parte in cui si cominciava. Altro che Italiani brava gente. Mai sentito parlare di Graziani o Roatta, criminali di guerra peggio dei nazisti? Cantate, l’Inno, cari allievi, cantate.

 

Il Regno delle Due Sicilie e i briganti

“Borbonico” in italiano significa tutto ciò che di negativo si può immaginare di un apparato statale. Perché? Because per giustificare l’aggressione che fu operata ai danni del Regno delle Due Sicilie (stato legittimo, riconosciuto dalla comunità internazionale e non più antidemocratico del Piemonte-Sardegna) si dovette costruire il senso della “liberazione” diffamando la dinastia che si era estromessa con la forza e il terrorismo di Garibaldi.  I famosi “briganti” che ci insegnavano  a scuola  non erano altro che “partigiani” resistenti, spesso ex ufficiali dell’esercito regolare. Interi villaggi furono rasi al suolo dai piemontesi, popolazioni imprigionate, donne violate, comunità depredate, migliaia passati per le armi senza processo, interi paesi derubati insieme alla riserva aurea del Regno a Napoli. Un ladrocinio insanguinato e in grande stile esaltato quale nascita della Sacra Patria. Un’atrocità impunita. Cantate, l’Inno, cari allievi, cantate.

 

Sbarramenti doganali

Quello che pochi sanno è che nei primi decenni dell’unità, i primi ministri piemontesi, decisero di rafforzare le barriere doganali per proteggere la nascente industria del Nord. Ma fecero questo ben sapendo che gli Stati Europei avrebbero reagito bloccando i prodotti dell’agroalimentare che venivano per buona parte dal Sud e dalle Isole. E’per questo che alla fine dell’Ottocento l’economia di questi territori fu rovinata. Lo sviluppo industriale “protetto” del Nord, fu pagato in larga parte dal Meridione, Sicilia e Sardegna per colpa del protezionismo doganale nordista. E cominciò quel triste fenomeno italiano dell’emigrazione. Cantate, l’Inno, cari allievi, cantate.

 

Il presunto italiano Cristoforo Colombo

Può sembrare di poco conto, ma esemplificativo. Ma chi ci crede ancora cheCristobal Colon sia italiano-genovese?  Provate a dirlo in Spagna. I documenti genovesi che individuano un tale di questo nome non provano niente e presentano più di un’aporia temporale. Ma il nazionalismo italiano doveva trovare uomini forti e coraggiosi e importanti per autogiustificarsi. Come per la ridicola e inifluente disfida di Barletta o per il legame ideologico con la Roma imperiale del Regno e del Fascismo. Ridicolo. C’è chi dice che Cristobal Colon sia nato a Sanluri in Sardegna. Non ci sono prove per questa suggestiva ipotesi, ma francamente per Genova non ce ne sono di più. E in ogni caso l’Italia comincia nel 1861: prima di quella data l’Italia non esisteva. Colombo semplicemente non è italiano. Come Marco Polo e altri.   Cantate, l’Inno, cari allievi, cantate.

 

Gli autocrati italiani

Il Berlusconismo, forse, è al suo tramonto e molti italiani democratici e benpensanti tirano un sospiro di sollievo. Ma, Cari allievi, riflettete sul fatto che la costante italiana è di produrre spesso di questi personaggi autoritari, oscuri e inquietanti. Troppo spesso. Quasi sempre. Crispi, Giolitti, Mussolini, Andreotti, Craxi, Berlusconi e quanti altri chissà…Basta leggere le loro storie per capire che il problema non è non era Berlusconi, ma l’Italia, o forse gli italiani che son fatti così, che hanno questi istinti, queste pulsioni. Non è questione di fasciorisorgimento, ma di italianità nazionalista che non ha mai avuto il coraggio di mettersi in discussione con la democrazia e la partecipazione delle comunità locali. Bisogna avere il coraggio di ammetterlo. I leader italiani sono così, tendono al malaffare e alla prepotenza. Più che leader democratici sono leader autoritari. Anche la vicenda del priapismo sessuale non è una novità. Vittorio Emanuele II non riusciva a contenersi. Sono rimaste agli atti le lettere della moglie di Crispi che si lamenta perché il marito si porta le prostitute nelle sedi di governo. Mussolini era un campione sessuale. Anche Craxi ha fatto la sua parte. Si compie l’Unità d’Italia perché il volpinissimo Cavour corrompe Napoleone III con una gentil donna che gli si concede in cambio dell’appoggio politico. L’alleanza che rende possibile l’unificazione italiana la dobbiamo a una escort d’alto bordo, cari allievi. Che dire? Del resto, agli italiani, non viene raccontata la loro vera storia. Non sanno chi sono, che cosa hanno fatto, che cosa fanno.  Come si fa a migliorare se non si conosce la malattia anche quando si è portatori sani? Cantate l’Inno, cari allievi, cantate.

 

I punti oscuri della storia italiana

Si dirà, ma tutti gli Stati nascono in questo modo. Anche peggio. Erano altri tempi. Altri tempi? E la corruzione diffusa di Tangentopoli, erano altri tempi? O il Patto tra lo Stato e la Mafia, sono altri tempi? La verità vera anche lì è che lo Stato Unitario, per sconfiggere i Borboni nel Sud, si allea con la Mafia in Sicilia e a Napoli con la Camorra. Garibaldi compie il lavoro sporco e poi viene esiliato. Da allora il patto è inviolabile, se ci cerca di romperlo o si spara o si mettono bombe come purtroppo sappiamo. Anche gli americani, nella Seconda Guerra Mondiale, per poter effettuare lo sbarco in Sicilia si appoggiano sui capi bastone mafiosi per “liberarci” dai fascisti, cioè da noi stessi. Non parliamo poi del Vaticano, vero contropotere italiano che influenza e regola la vita dell’Italia a suo piacere e tiene l’Italia dei diritti civili a livello di un qualsiasi Bahrein oltre che prendersi tanti soldi delle nostre tasse. La sua banca è considerata nella black list del riciclaggio illegale mondiale.  Il Fascismo, che abbiamo insegnato al mondo, non è stato niente di speciale nella nostra storia italiana: solo la manifestazione più evidente e plateale del nazionalismo autoritario italiano, senza infingimenti o ipocrisie di nazionalismi camuffati. Per lunghissimi decenni un Partito Comunista ha avuto l’egemonia culturale (e un ruolo politico importante) sull’Italia producendo dei danni inenarrabili tra cui quello di non aver fatto nascere per lungo tempo un serio partito Labour. Il PCI, protagonista di lotte furibonde contro le lingue locali come quella sarda, era uno strano impasto di nazionalismo italiano togliattiano e tradimento verso una potenza straniera, l’Urss che era una nostra nemica nello scacchiere internazionale della Guerra Fredda. I nazionalisti italiani filooccidentali, con la complicità di settori dello Stato, sono arrivati alla “strategia della tensione” pur di non far prevalere il comunismo. Ovvero a fare strage di innocenti per terrorizzare la pubblica opinione. La “democrazia” cristiana all’italiana era bloccata: fino alla caduta del Muro e oltre poteva governare un solo partito per decenni. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli americani decisero di non processare né epurare i criminali di guerra italiani. Servivano per combattere il Comunismo. Anche in Germania servivano, e le stragi naziste in Italia non furono punite per una sorta di compensazione con le stragi fatte dagli italiani in Jugoslavia. Le foibe furono una triste e sbagliata rappresaglia contro lo stragismo italiano.   Quello che è peggio è che buona parte della classe dirigente italiana si è formata con le idee di queste tre chiese: quella originale, il fascismo e il comunismo. Oggi accomunati tutti dal nazionalismo italiota, la religione dell’apparato che ci deve governare. Cantate, l’Inno, allievi, cantate.

 

I risultati all’incontrario della Lega Nord

Spesso all’estero mi chiedono dell’incomprensibile successo, in questi ultimi vent’anni, della Lega Nord. Io penso che sia un fallimento e non è un fenomeno incomprensibile. Intanto, va spiegato che non c’entra nulla con i movimenti nazionalisti, o etnicisti, o delle minoranze linguistiche che spesso si succedono in Europa. E’ solo un movimento conservatore, etnofobo, antimeridionalista ed estremistico come sa essere estremista e irrazionale la piccola borghesia italiana (interessata da sempre all’evasione e all’elusione fiscale) e il popolino che gli viene dietro. E’ un movimento che assomiglia molto più al fascismo che al catalanismo o ai movimenti di autodeterminazione scozzesi. All’inizio, ai tempi di Miglio, aveva imbroccato la strada teorica utile e giusta: quella del federalismo di Ferrari e Cattaneo. Ma poi ha rivelato il suo vero volto  fondamentalista, non solidale e reazionario da destra tendenzialmente antisistema che poi però, una volta conquistato il potere, nel sistema si è cullata.  Dopo aver letto alcuni autori anglosassoni che raccontano il Risorgimento italiano, mi sono convinto che in realtà la Lega è un movimento profondamente italiano e profondamente nazionalista. Solo che la sua “Italia” la chiama “Padania”, e il suo concetto di territorio si ferma molto più a nord degli attuali confini. Oltre a questo, poche differenze. Del resto, il movimento risorgimentale italiano storico, se tralasciamo gli estremisti democratici e altre frange di scarso interesse, era un movimento culturale e politico centrato nel Nord. Vittorio Emanuele II e Cavour non avevano alcuna intenzione di prendersi il Sud. Ma dopo il blitz dei Mille di quel pazzo di Garibaldi, pur di non rischiare di avere uno stato vicino egemonizzato dai democratico – mazziniani e repubblicani, preferì invaderlo anche a rischio di reazioni internazionali che pure ci furono. Si può dunque affermare che la Lega è un movimento di origine risorgimentale, profondamente autoritario, che vuole riportare il Risorgimento alla sua matrice originaria. L’Italia del Nord.  Ecco perché la Lega non ha sortito nessuna crescita civile, democratica o federalista dell’Italia in venti anni di potere. Perché i suoi dirigenti, finora, non sono stati federalisti, né interessati ai popoli coartati nell’Unità, né interessati a difendere le minoranze linguistiche o le autonomie speciali (salvo rarissime eccezioni prontamente emarginate). Sono dei centralisti autoritari e nazionalisti come gli altri italiani: solo che la loro Italia la chiamano Padania. Tutto qui. E la storia del Risorgimento, vista in quest’ottica, spiega la loro vera origine. E perché hanno avuto tanto seguito e consenso, al di là dell’antipolitica e del nuovismo che pur essi hanno rappresentato.

Infatti non hanno ottenuto nessun risultato. Dovevano fare il federalismo, e nulla. Dovevano indebolire l’apparato centrale dello Stato, e nulla. Dovevano rafforzare le autonomie, e nulla. L’unico risultato che hanno ottenuto è stato a s’imbesse: la sinistra democratica, che spesso re-agisce per il verso contrario invece che per il verso giusto, ha reagito a loro diventando per dispetto il baluardo del nazionalismo centralista italico degli apparati. Così, per spirito di contraddizione e per mancanza di altri ideali  e pensieri “forti”. Bel risultato per l’una e per l’altra.Cantate, l’Inno, allievi, cantate. Anche “Va pensiero”, se vi va.

 

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Sarà anche  per merito di alcuni di questi fatti storici, sconosciuti anche a molta parte della popolazione (che si beve la storiella dell’Italietta Bel Paese, Italiani Bravi gente e del Risorgimento eroico e della bella lingua di Dante) che oggi ci ritroviamo una classe dirigente italiana  veramente pericolosa. Non solo ostile ad alcuni diritti civili umani fondamentali (genere, sesso, gay e lgtb, lingua, liberta di fecondazione, di aborto, di eutanasia), ma soprattutto ostile a tutto ciò che possa in qualche modo disturbare il disegno monocromo dell’omologazione nazionale portata avanti dagli apparati nazionalisti nelle varie epoche storiche dal Regno Liberale, al Fascismo, alla Repubblica. Per loro le individualità nazionalitarie o minoranze linguistiche semplicemente non esistono, e se esistono sono accidenti della storia che bisogna progressivamente eliminare.  Le classi dirigenti italiane rischiano di diventare sempre più autocratiche e nazionaliste, così come hanno dimostrato con l’imposizione del brutto Inno di Mameli a scuola. Per loro l’europeismo non esiste. La prospettiva europea per gli italiani è solo una confederazione di Stati-Nazione nel quale il nazionalismo italiano si possa rafforzare. La  prospettiva di cedere sovranità all’Europa e sciogliere lo Stato nazione per un’adesione di singoli popoli, regioni, minoranze, non li sfiora neanche.

Gli italiani sono sempre in cerca del nuovo in politica, e il nuovo che arriva è sempre uguale o peggio del vecchio. De Pretis era il nuovo, Mussolini anche, il PCI era nuovissimo ai suoi tempi, così Berlusconi e ora altre formazioni. Questa ansia di nuovo e nuovismo presuppone la sfiducia nel sistema in quanto tale. Che come abbiamo visto viene fuori da una storia che gli italiani non hanno il coraggio di raccontarsi.

Il nuovismo non è altro che l’inconsapevole ansia verso il vecchio, ciò che non è stato raccontato o che viene continuamente omesso. Ogni tanto viene a galla, e sono dolori.

Eppure le ragioni per stare insieme, devono essere sempre valide aggiornate. Ci deve essere una motivazione, non un’ideologia che fa da collante con l’autoritarismo. Altrimenti è legittimo che ce ne si voglia andare e sciogliere il vincolo. Bisogna rispettare i popoli e le lingue che fanno parte dell’Italia senza pretendere di annullarle. ma su questo, gli apparati statalisti sembra che non ci sentano.

E non è realistico oggi imporre ai bambini di cantare un inno sanguinolento, retorico, pieno di falsi miti e di ricostruzioni storiche fantasiose: Non è il modo migliore per anche gli altri popoli, le altre nazionalità senza stato e le autonomie

Forse è meglio sfruttare la giornata del 17 marzo per raccontare ai bambini un’altra verità. Più scomoda, ma più matura. Scelgano loro quale sarà la verità che decideranno di adottare nelle scelte non banali della loro vita…

E non Cantate, l’Inno, allievi, non cantate.

 

 

Giuseppe Corongiu  (segue)

 

Cagliari, 16 novembre 2012

 

da http://www.fondazionesardinia.eu/ita/?p=4113

L’UNIONE SARDA – Cultura e istruzione : Il maestro disse a Franti: «Tue l’ochies a mama tua»

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Una lingua arcaica, una lingua povera di vocaboli e incatenata alla quotidianità agropastorale, una lingua ferma. Anzi: un dialetto. Sono ancora in molti ad attaccare il sardo. E se da qualche tempo sono in molti anche a difenderlo, purtroppo tendono a farlo in italiano. Suonava quindi opportuno che fossero tutti in sardo gli interventi che mercoledì pomeriggio, alla Biblioteca regionale di viale Trieste a Cagliari, si sono susseguiti per presentare le prime opere di letteratura europea tradotte in limba in quattro anni di alleanza fra la Regione sarda e alcune case editrici isolane come Aipsa e Alfa. Un’operazione profondamente politica. Ottant’anni fa tradurre Goethe in sardo poteva avvicinare un nostro giovane corregionale alla letteratura europea. Farlo oggi, con il più grande scrittore tedesco disponibile in molte ottime edizioni italiane su carta e su ebook, vuol dire usare Goethe per riavvicinare il lettore al sardo. E anche per altre due operazioni, in realtà. In primo luogo per dare prestigio alla limba. Come spiegava Giuseppe Corongiu, direttore del servizio Lingua e Cultura sarda della Regione, tradurre Joyce significa dimostrare che il sardo, con il suo vocabolario amplissimo e le sue capacità espressive, è completamente in grado di restituire ogni sfumatura dell’alta narrativa: se non ci riusciamo è colpa nostra, non del logudorese o del campidanese. Il secondo vantaggio del bortare autori come Saramago e Stevenson è più creativo ed espressamente linguistico che politico. «Il traduttore non può rassegnarsi a lasciare una spazio bianco se trova un termine problematico – spiegava Diego Corraine, nella sua doppia veste di editore di Papiros e traduttore di García Márquez (“Nemos iscriet a su coronellu”), Saramago (“Su contu se s’ìsula disconnota”) e Sepúlveda (“Istòria de unu cau marinu e de su gatu chi l’at imparadu a bolare”) – e quindi deve forgiare un’espressione consona». E se a tratti serve uno sforzo demiurgico, in altri casi la lingua madre si rivela più agevole dell’italiano per rendere un concetto. Parola di Manuela Mereu, che per Condaghes si è confrontata col tedesco prezioso di Goethe (inutile dirlo, le traduzioni sono tutte dalla lingua originale, non attraverso la versione italiana) e si è resa conto che rispetto a “i dolori” in realtà “die Leiden” avevano in equivalente sardo più pregnante: per questo il Werther diventa “Sos patimentos de unu giòvanu”. Difficile poi non trovare un retrogusto beffardo nell’operazione firmata da Maria Antonietta Piga per Grafica del Parteolla con la sua versione del “Coro” di De Amicis: un libro nato come capitolo pop della narrazione sull’Italia unita che però, tradotto, rende giustizia alla potenza del sardo in fatto di metafore ed espressioni figurate. Ed è, in fondo, come se ogni autore europeo battesse con intensità e materiali differenti sulla campana della limba, traendone sonorità, timbri inaspettati ma autentici. Vale per la solennità dell’“Antigone” – tradotta da Paolo Pillonca per Domus de Janas, che invece a Gonario Sedda ha chiesto di confrontarsi col “Principe” di Machiavelli – come per la stralunata levità di Lewis Carrol (Manuela Mereu firma per Condaghes “A s’atera ala de s’ispigru, e su chi Alisedda b’at agatadu”). In questo quadriennio di lavoro, sostenuto dalla Regione con 20 mila euro annui in cambio della disponibilità delle traduzioni su sardegnacultura.it, ha preso forma questa biblioteca minima ma determinante: un primo passo per dimostrare – come diceva Stefano Coinu, capo di gabinetto dell’assessore regionale alla Cultura Sergio Milia – che «il sardo è una lingua non soltanto per la vita di tutti i giorni, ma per tutto. Ora facciamola diventare per tutti»

 

da http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=210280&v=2&c=1489&t=1

“Gianfranco Pintore, la lingua sarda e le altre battaglie dimenticate degli indipendentisti degli anni ‘70”. Un ricordo di Giuseppe Corongiu

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Il giornalista e scrittore Gianfranco Pintore è scomparso la settimana scorsa. I giornali hanno dato la notizia, ma niente di più. Pintore però è stato un protagonista importante del movimento che si batteva per la lingua sarda e ha avuto un ruolo in quella stagione politica particolare che vide la nascita (tra gli anni ’70 e gli ’80) del cosiddetto “neosardismo”. Ringrazio Giuseppe Corongiu per avermi offerto questo ricordo di Pintore, che spazia dalle considerazioni sulla lingua sarda ai motivi dell’ostracismo subìto da molti intellettuali isolani, fino all’eredità di valori ed esperienze rimastaci da quelle lotte ma spesso disconosciuta dai protagonisti dell’indipendentismo odierno.

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Non posso sinceramente dire di essere stato un amico di Gianfranco Pintore. Né forse di averlo conosciuto a fondo, nell’intimo. Compagno, militante e collega di battaglia, sì. Suo lettore e ammiratore come scrittore anche. Ma per definire con precisione la sua figura umana e culturale, forse altri sapranno fare meglio di me. Pur avendo un obiettivo politico comune come l’affermazione (o la sopravvivenza) della lingua e della nazione sarda, l’età, la formazione, i gusti, le diversità di giudizio, il carattere, le opzioni differenti spesso ci hanno visto su posizioni contrarie. Anche distanti. Non è mai mancata però la solidarietà di fondo sul traguardo comune del nazionalitarismo e del cammino verso l’autodeterminazione del popolo sardo. Non è mai mancata la consapevolezza di essere, in modi diversi, autori dello stesso processo e dello stesso destino.

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Gianfranco Pintore era, ed è, a mio giudizio il migliore, o uno dei migliori scrittori sardi contemporanei della nostra minoranza linguistica nazionale. Per migliore intendo quello che, dal punto di vista politico, ha meglio interpretato in letteratura l’aspirazione dei sardi a essere popolo e nazione. La sua scelta per la lingua è sempre stata limpida, radicale, coerente.

Non era di lingua madre sarda. Si è autoimposto a oltre trent’anni di reimparare la lingua della Sardegna, perché ha capito di essere stato defraudato di una risorsa vitale. E c’è riuscito talmente bene da rivitalizzare lui stesso la nostra letteratura. Un esempio da seguire per tutti i giovani che sono stati privati della lingua.

In particolare, aveva “scioccato” il mondo culturale isolano con “Su zogu”, romanzo fantascientifico pubblicato alla fine degli Anni Ottanta. “Il gioco” raccontato dall’autore non era altro che la “caccia al sardo” ambientata in una Sardegna schiacciata verso le zone interne da una dominazione tecnologico coloniale che negava storia e lingua dell’isola. Con la sua scrittura ha dato l’esempio a tutti di come si poteva rimodellare un codice ridotto in dialetti municipali e semifolcloristici, in una lingua che aspira a rifondare una letteratura nazionale.

Negli ultimi dieci anni arriva la trilogia “Nurai”, “Morte de unu Presidente” e “Sa losa de Osana” fatta da thriller avvincenti in cui si muove il suo alter ego Nurai, un giornalista di buona età, pacioso ma determinato, lento ma perspicace, affascinato dal sigaro, dal buon vino e dalle donne.

È qui che Pintore ha dato il meglio di se stesso, perché ha scritto in una lingua sarda “normale”, tre gialli “normali” su argomenti “normali” di una Sardegna normale. Almeno da un punto di vista letterario, intendiamoci. Niente banditi romantici, niente pastori arcaici, niente avvocati nuoresi, niente squartamenti di uomini, niente esotico, niente primitivo, niente miti esoterici. Niente di quei luoghi comuni e stereotipi sulla sardità che tanto fanno vendere alcuni libri sardi in Italia.

Piuttosto, il “discorso” letterario di Giuanne Frantziscu sembra basato molto sulla denuncia delle mistificazioni del potere, sulla mancanza di conoscenza, sull’organizzazione del sapere (falso e di comodo) come strumento di dominio. E di come il buon giornalismo e la cultura diffusa smascherano questi meccanismi.

Quello che è certo è che senza Pintore la nostra letteratura in lingua sarda sarebbe rimasta più ancorata ai cliché che piacerebbero tanto agli accademici conformisti dell’italofilia dominante: storie del villaggio, poesie per curare la depressione del poeta, pecore, nuraghi, artigianato, ricordi dell’infanzia e quant’altro. Temi buoni per pomposi premi letterari che museificano la lingua invece che ridestarla, insomma.

Una gabbia invalicabile per una lingua nazionale, sfondata però dal lavoro di Pintore e di altri. Infatti, proprio per questa sua chiara scelta di campo, l’accademia e i media egemonici non l’hanno mai valorizzato quanto meritava. Non era abbastanza “tradizionale”. Poneva troppi problemi di fondo e andava contro il senso comune dei pregiudizi.

Ma bisogna recuperare. Oggi è morto, non disturba più con il suo carattere schivo e spigoloso. Lo si può anche santificare come si è fatto con altri intellettuali nazionalisti sardi che, dopo la morte, pare siano più “digeribili” alla cultura benpensante regionale. Si riesce anche ad ammettere che su molte cose avevano ragione… Speriamo succeda anche per lui.

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Come ogni buon giornalista, Gianfranco-Nurai, amava soprattutto il racconto dei fatti e della verità. E, questo suo amore, lo ha pagato a caro prezzo. Nonostante fosse un cronista e un inviato brillantissimo, la sua carriera a un certo punto è stata interrotta bruscamente. Non gli si perdonava il posizionamento a favore del bilinguismo, contro il colonialismo italiano e internazionale e contro il potere consociativo che gestiva l’autonomia allora (negli anni Settanta del secolo scorso) in Sardegna.

In particolare, come con tanti altri neosardisti dell’epoca, furono gli alti dirigenti del Partito Comunista a intimidirlo e a fargli pagare il “peccato” originale per aver infranto l’ortodossia. Lingua sarda, anticolonialismo, zona franca e autodeterminazione erano bestemmie per la “chiesa” di obbedienza berlingueriana che guardava ancora all’Urss (tramite Roma, comunque) come a una terra promessa.

Non si limitarono a fargli perdere il lavoro: con l’arte sopraffina della bugia raccontata da fonte autorevole, lo isolarono ed emarginarono in tutti gli ambienti della sinistra benpensante e conformista. Divenne un intellettuale autorevole del movimento linguistico e della politica sardista-indipendentista-nazionalitaria, ma certo non gradito all’establishment giornalistico-culturale mainstream.

La sua coerenza missionaria veniva scambiata per radicalismo, la sua passione genuina per arroganza intellettuale, la sua disciplina per rigidità. Si avvicinò più al mondo liberale che a quello progressista. Certo, come ognuno di noi avrà fatto errori, scelto compagnie sbagliate, perso tempo con cause non proprio esaltanti, qualche volta sarà stato troppo assertivo e poco dialogante. Forse ha esagerato con il vellutino, con quel suo aspetto un po’ da “cubano” (sigaro e barba folta) e rivoluzionario (anche se in realtà politicamente era un moderato), ma di sicuro ha sempre avuto chiaro l’obiettivo finale: la libertà del suo popolo, lo sviluppo della lingua, l’affrancamento della Sardegna dal bisogno e dalla dipendenza.

In ogni caso la ricerca del confronto nel rispetto delle opinioni altrui. Di sicuro non era un conformista, né un superficiale o un emotivo. E questo in Sardegna è già un merito di per sé. Considerato l’ostracismo e il qualunquismo di cui era vittima si è barcamenato bene. Pur nelle difficoltà economiche, ha condotto una vita integerrima ed rimasto quello che era: un gentile, onesto e colto signore che amava la scrittura. La sua famiglia può esserne ben fiera.

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Sul fatto che la lingua sarda dovesse avere un modello standard, Gianfranco Pintore non ha mai avuto dubbi e infatti scriveva i suoi romanzi secondo le indicazioni ortografiche regionali.

Le lingue normali e nazionali funzionano così. A molti standard corrispondono molte identità. Si va verso il dialetto, non verso la lingua. Sapeva Gianfranco che a cadere nella “trappola” della difesa delle “varietà” o delle “varianti” sono stati in molti in Sardegna che hanno dato a retta ad accademici retorici esaltatori e diffusori di stereotipi. Ma sapeva anche che dietro questa terminologia filologica si nascondeva in realtà la definizione di “dialetto”, anzi “dialetti” perché il concetto è sempre plurale. E non faceva mistero a nessuno di questa scelta di campo.

Non c’è niente di male a scrivere la propria varietà, o dialetto, ma una lingua normale è un’altra cosa. Basta essere coscienti e scegliere se si vuole il sardo-dialetto o il sardo-lingua. Altro che Cassazione o Stato Italiano, siamo a noi a decidere. E GFP lo sapeva bene, tanto che nei suoi romanzi ha lasciato in eredità un modello artistico letterario “nazionale” di enorme importanza per chi vorrà seguire i suoi passi e migliorarlo. Per chi vorrà…

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Fuori dagli ambienti linguistico-nazionalitari (che spesso sono stigmatizzati soprattutto a sinistra), molti neppure conoscevano l’opera letteraria e politica di Pintore. Da molti era ignorato, altri semplicemente non sapevano. Si sono accorti di lui con il blog o al momento della morte quando su Facebook è partito il tam tam dei suoi amici.

La cultura ufficiale conformista si comporta così quando uno è scomodo. Cerca di obliarlo. Quando alcuni degli attuali neoindipendentisti erano ancora in fasce, o non erano nati, e l’Italia (e quindi la Sardegna) era un luogo plumbeo di violenze terroristiche e di Stato inenarrabili, egli scriveva opere come “La sovrana e la cameriera” o “Sardigna Ruja”, manifesti di denuncia dell’insopportabile stato dell’isola che – contestualizzate – sono purtroppo attuali ancora oggi.

Fu ignorato per decenni (per punizione e per paura che il morbo si diffondesse) e con internet trovò una nuova dimensione comunicativa sia in sardo che in italiano. Nell’isola è stato uno dei primi giornalisti professionisti a usare questo strumento nei primi anni Duemila, e poi, dopo l’esperienza di Diariulimba, divenne un blogger seguitissimo e amatissimo anche per la sua passione per l’archeologia innovativa.

Il web, per il Movimento Linguistico, negli ultimi dieci anni, è stata come una liberazione. Finalmente si poteva scrivere rompendo la censura di capiservizio e direttori, e soprattutto, lo “sguardo” deformante delle classi dirigenti sarde su temi quali lingua e nazione. Si poteva parlare in prima persona senza mediazioni con direttori e capiservizio cinici. Del resto, le élite sarde hanno quasi sempre contrastato la politica linguistica e nazionalitaria soffocando la favorevole opinione popolare sul tema. Almeno fino all’avvento di Internet, e Gianfranco Pintore aveva capito le potenzialità del mezzo più di altri colleghi e in anticipo.

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Non bisogna però lasciar passare questa triste occasione della sua morte, senza segnalare che l’oscuramento di Pintore fa parte di un processo che tende a gettare nell’oblio, tra le altre cose, tutto quel vasto movimento di uomini, idee, movimenti, giornali, azioni che comunemente viene definito “neosardismo” e che si situa temporalmente negli anni Settanta del secolo scorso.

Sono sereno a dire questo: io ero un bambino allora, non ho partecipato. Ma mi sento di sottolinearlo perché lo credo giusto. Non parlo per me, ma per giustizia di chi è stato protagonista di quegli anni e ha giocato in prima persona, spesso dedicando e impegnando la vita nel bene e nel male. Bisogna che qualche storico di professione si dedichi a ricostruire quelle vicende. E restituisca a quegli uomini l’onore delle idee.

Questo processo politico-culturale di rinnovamento della società sarda, originato dal ‘68, ha avuto grandi meriti ideali dentro cui si iscrivono i meriti personali di Gianfranco Pintore e di altri. Temi quali la lingua, l’indipendenza, l’industrializzazione fallita, la modernizzazione “coloniale” dell’isola, la rapina del territorio, la cementificazione selvaggia, la zona franca, i trasporti, la folclorizzazione del patrimonio culturale popolare, la necessità di una classe dirigente più sarda, il rifiuto del servaggio militare, l’inquinamento, una democratizzazione reale della Sardegna sono stati anticipati allora.

Tutte tematiche “lanciate” dai neosardisti de “Su Populu Sardu” o di altri gruppi e giornali (lo stesso “Sa Sardigna” diretto da Pintore) che allora si scontrarono con un’isola alle prese con una retorica “dipendentista” insopportabile. Lo stesso Partito Sardo d’Azione era allora sclerotico e senescente, ancorato alla logica della presunta “Rinascita”. Fu il neosardismo a regalare poi il consenso che lo portò con Mario Melis alla presidenza della Regione. L’occasione, per molti versi, non fu colta nella sua interezza e gli stessi neosardisti, nel psd’az e fuori, non ebbero vita politica facile.

La cultura vincente ed egemone, italofona e dipendentista, nella sua narrazione della storia autonomistica, ha fino ad ora ridimensionato il neosardismo, esaltando invece i “campioni” culturali dell’autonomismo “industriale” e della presunta Rinascita (che non c’è stata).

Ed è stato un grave errore politico, purtroppo va detto, per il neoindipendentismo degli ultimi anni, pur con i tanti meriti, presentarsi sulla scena disconoscendo nei fatti il lavoro fatto negli anni Settanta e Ottanta dagli intellettuali come GFP. Rafforzare la coscienza nazionale di un popolo significa valorizzare la dimensione sincronica e diacronica della comunità e delle sue minoranze attive.

Se ci si presenta sulla scena storica di una nazione come profeti del nuovo, scaturiti da partenogenesi, senza storia, senza precedenti, senza padri se non fallaci, come una discontinuità fatale e catartica si può peccare di presunzione e si finisce per indebolire l’identità che si vuole rafforzare. È giusto criticare e anche “uccidere” i padri, ma nella conferma del legame: di sangue e di storia. Le nazioni infatti vivono di storia, di narrazioni selettive. Il neosardismo è la culla dell’attuale temperie indipendentista e linguistica, tralasciarlo non serve. Gianfranco questo errore non lo avrebbe mai fatto, e non lo ha fatto, perché da buon intellettuale nazionalista si sentiva al servizio di questa “nazione immaginata”, e non voleva usarla invece per la sua personale affermazione. Ha sempre criticato il giacobinismo autoritario ed elitario che si ammanta di false ragioni democratiche.

Ho trovato tristissimo, al funerale, che, salvo qualche rara eccezione, non ci fossero tanti giovani neoindipendentisti che si scaldano tanto su Internet e neppure i giovani del Movimento Linguistico. È stata una mancanza di rispetto al migliore dei nostri scrittori in sardo indotta dalla superficialità, dall’ignoranza e dalla sottovalutazione della persona voluta da opinion maker che dettano, anche su Internet, un’agenda diversa e protagonisti diversi. Costruiscono le loro narrazioni identitarie anti sarde in cui gli eroi sono altri. Oppure gli eroi sono loro stessi. E deformano una realtà che non sappiamo più cogliere. Qualche giorno fa si seppelliva un eroe a Orgosolo, un patriota che meritava di essere onorato, simpatico o antipatico che fosse.

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Come qualche mese fa per Giovanni Lilliu, mani amiche di antichi compagni hanno avvolto nella bandiera sarda, al funerale, in Orgosolo, la bara di Gianfranco Pintore. A lui sarebbe piaciuto e possiamo dire che ha meritato questo onore che ognuno di noi, pazzi seguaci di una pazza idea, vorrebbe meritare.

Nurai, il suo alter ego letterario più riuscito, avrebbe sorriso di questo. Forse preso appunti frettolosi sul suo taccuino e all’indomani pubblicato un bel pezzo. Magari con qualche frecciatina sui neoindipendentisti giacobini o sugli accademici sclerotici.

Ma Nurai è andato via. Ci ha lasciato i suoi articoli, i suoi libri, la sua testimonianza, la sua bella famiglia. Nurai il sornione se ne è andato per il suo ultimo viaggio, forse col sigaro in bocca, forse sorseggiando un buon rosso, ma di sicuro avvolto nella bandiera della sua “nazione immaginata”.

Che oggi è già più concreta grazie a lui e un giorno forse, chissà… Se vincessimo tutti la paura, se sconfiggessimo il conformismo e l’ignoranza, sarà più libera e più felice come lui l’aveva sognata.

Giuseppe Corongiu

 

http://vitobiolchini.wordpress.com/2012/10/01/gianfranco-pintore-la-lingua-sarda-e-le-altre-battaglie-dimenticate-degli-indipendentisti-degli-anni-70-un-ricordo-di-giuseppe-corongiu/