L’UNIONE SARDA – Cultura e istruzione : Il maestro disse a Franti: «Tue l’ochies a mama tua»

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Una lingua arcaica, una lingua povera di vocaboli e incatenata alla quotidianità agropastorale, una lingua ferma. Anzi: un dialetto. Sono ancora in molti ad attaccare il sardo. E se da qualche tempo sono in molti anche a difenderlo, purtroppo tendono a farlo in italiano. Suonava quindi opportuno che fossero tutti in sardo gli interventi che mercoledì pomeriggio, alla Biblioteca regionale di viale Trieste a Cagliari, si sono susseguiti per presentare le prime opere di letteratura europea tradotte in limba in quattro anni di alleanza fra la Regione sarda e alcune case editrici isolane come Aipsa e Alfa. Un’operazione profondamente politica. Ottant’anni fa tradurre Goethe in sardo poteva avvicinare un nostro giovane corregionale alla letteratura europea. Farlo oggi, con il più grande scrittore tedesco disponibile in molte ottime edizioni italiane su carta e su ebook, vuol dire usare Goethe per riavvicinare il lettore al sardo. E anche per altre due operazioni, in realtà. In primo luogo per dare prestigio alla limba. Come spiegava Giuseppe Corongiu, direttore del servizio Lingua e Cultura sarda della Regione, tradurre Joyce significa dimostrare che il sardo, con il suo vocabolario amplissimo e le sue capacità espressive, è completamente in grado di restituire ogni sfumatura dell’alta narrativa: se non ci riusciamo è colpa nostra, non del logudorese o del campidanese. Il secondo vantaggio del bortare autori come Saramago e Stevenson è più creativo ed espressamente linguistico che politico. «Il traduttore non può rassegnarsi a lasciare una spazio bianco se trova un termine problematico – spiegava Diego Corraine, nella sua doppia veste di editore di Papiros e traduttore di García Márquez (“Nemos iscriet a su coronellu”), Saramago (“Su contu se s’ìsula disconnota”) e Sepúlveda (“Istòria de unu cau marinu e de su gatu chi l’at imparadu a bolare”) – e quindi deve forgiare un’espressione consona». E se a tratti serve uno sforzo demiurgico, in altri casi la lingua madre si rivela più agevole dell’italiano per rendere un concetto. Parola di Manuela Mereu, che per Condaghes si è confrontata col tedesco prezioso di Goethe (inutile dirlo, le traduzioni sono tutte dalla lingua originale, non attraverso la versione italiana) e si è resa conto che rispetto a “i dolori” in realtà “die Leiden” avevano in equivalente sardo più pregnante: per questo il Werther diventa “Sos patimentos de unu giòvanu”. Difficile poi non trovare un retrogusto beffardo nell’operazione firmata da Maria Antonietta Piga per Grafica del Parteolla con la sua versione del “Coro” di De Amicis: un libro nato come capitolo pop della narrazione sull’Italia unita che però, tradotto, rende giustizia alla potenza del sardo in fatto di metafore ed espressioni figurate. Ed è, in fondo, come se ogni autore europeo battesse con intensità e materiali differenti sulla campana della limba, traendone sonorità, timbri inaspettati ma autentici. Vale per la solennità dell’“Antigone” – tradotta da Paolo Pillonca per Domus de Janas, che invece a Gonario Sedda ha chiesto di confrontarsi col “Principe” di Machiavelli – come per la stralunata levità di Lewis Carrol (Manuela Mereu firma per Condaghes “A s’atera ala de s’ispigru, e su chi Alisedda b’at agatadu”). In questo quadriennio di lavoro, sostenuto dalla Regione con 20 mila euro annui in cambio della disponibilità delle traduzioni su sardegnacultura.it, ha preso forma questa biblioteca minima ma determinante: un primo passo per dimostrare – come diceva Stefano Coinu, capo di gabinetto dell’assessore regionale alla Cultura Sergio Milia – che «il sardo è una lingua non soltanto per la vita di tutti i giorni, ma per tutto. Ora facciamola diventare per tutti»

 

da http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=210280&v=2&c=1489&t=1

L’UNIONE SARDA – Cultura e istruzione : Il maestro disse a Franti: «Tue l’ochies a mama tua»ultima modifica: 2012-10-19T15:58:16+02:00da angelocanu76
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