I Sardi sono incapaci di amarsi

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Mentre i progressisti italiani si chiedono cosa ci sia da festeggiare il 25 aprile del 2013 (Cosa c’è da festeggiare ), i progressisti sardi è bene che si chiedano cosa vuol dire essere progressisti, oggi, in Sardegna.

Io una risposta a questa domanda ce l’ho: “È progressista chi vuole riformare la Sardegna e, soprattutto, i Sardi”.

È chiaro che per riformare la nostra terra bisogna darsi una classe dirigente adeguata al compito.

Questa classe dirigente oggi non ce l’abbiamo: La Sardegna ha una classe dirigente e politica all’altezza della crisi che sta vivendo? di Salvatore Cubeddu

I motivi di questa mancanza li ho indicati molte volte: da generazioni, le classi dirigenti sarde sono selezionate in base alla loro capacità di non essere sarde.

La scuola italiana in Sardegna seleziona da sempre gli studenti in base alla conoscenza della lingua  e della cultura italiane, non in base alla conoscenza e comprensione della realtà della Sardegna. Per un’analisi storica di come questo processo di selezione/degenerazione delle classi dirigenti sarde ha avuto luogo, rimando a “La rivolta dell’oggetto”, di Mialinu Pira, e al mio Sardegna fra tante lingue.

Riassumendo in poche parole: il bisogno di progresso della Sardegna è sempre stato interpretato come bisogno di desardizzare le sue classi dirigenti.

Questo processo e stato praticamente completato intorno agli anni ’70  del secolo scorso, quando i genitori sardi sono passati in massa all’uso dell’italiano (prorcheddinu) con i propri figli.

Il razzismo italiano–che aveva assunto forme virulente negli anni del “banditismo”–è stato interiorizzato–grazie alla scuola e alla televisione–dai Sardi e così nell’isola si è passati dal colonialismo all’autocolonialismo culturale.

Una grande responsabilità in questa devastante operazione di “eviramento culturale” dei Sardi l’ha avuta il PCI, un partito fradicio di nazionalismo italiano, contrabbandato per internazionalismo.

Ma tutta la classe intellettuale sarda ha inevitabilmente “cospirato” a costruire il mito della Sardegna immobile nel tempo e incapace di progresso, se non rinunciando alla sua cultura.

Fra tutti, infatti, ha primeggiato, nella creazione del mito, il democristiano Giovanni Lilliu, con la sua fiaba della “costante resistenziale”, nella quale incredibilemente continuano a identificarsi molti Sardi.

Era inevitabile: tutti gli intellettuali sardi erano stati formati nella scuola e nell’università italiane, istituzioni grondanti di fascismo culturale, presentato poi nella sua variante soft: il risorgimentalismo.

Solo con il ’68 si vedrà la messa in discussione del colonialismo e della supremazia culturale occidentale, cosa che in Sardegna si è tradotta nella nascita del movimento “Su populu sardu”.

Ma il ’68 in Italia e nelle sue colonie non ha portato a una riforma profonda dello stato e della sua cultura, ma all’inciucio del cosiddetto “compromesso storico”, che lo stesso Berlinguer avrebbe poi rinnegato, denunciando l’appropriazione delle istituzioni da parte dei partiti, compreso il suo.

L’autocolonizzazione dei Sardi è continuata, malgrado la nascita di un movimento per la limba assolutamente minoritario, e malgrado il riconoscimento del sardo come lingua minoritaria, praticamente imposto dall’Europa.

Oggi il sardo è praticamente scomparso dalla vita sociale dei Sardi.

Risultato: il record della dispersione scolastica e quello–strettamente collegato–della disoccupazione giovanile.

In questi dati c’è tutto il fallimento della colonizzazione culturale della Sardegna.

Né poteva andare diversamente: provate a spostare il problema della necessità di andare avanti, di adeguarsi ai tempi, dal collettivo all’individuale.

Proporreste a un disoccupato sardo di frequentare un corso di dizione e di imbiondirsi i capelli per avere più probabilità di trovare un lavoro?

Proporreste a un bambino sardo di oggi di rinunciare al suo italiano di Sardegna e di mettersi, da un giorno all’altro, a parlare l’inglese improbabile che ha imparato a scuola?

Questo è quello che le classi dirigenti sarde hanno sempre fatto, soprattutto con se stesse.

La Sardegna è governata–a tutti i livelli–da ex-bambini traumatizzati, negati, violentati culturalmente.

Questa gente non si è “evoluta” a partire dall’accettazione di sé stessi, ma dalla sua negazione.

Il disastro socio-economico della Sardegna viene da lì, dalla vergogna di una classe dirigente di prendere atto di quello che si è e da lì partire verso il futuro.

Una classe dirigente che da sempre fugge dalla realtà della Sardegna.

I Sardi sono incapaci di amarsi, altro che le fantasticherie romantiche degli indipendentisti all’amatriciana, delle loro bandiere “autentiche”, le loro celebrazioni di battaglie perdute e il loro identificarsi nel feudalesimu medievale, in cui una ristretta minoranza comandava un popolo costituito per la maggior parte da tzeracos.

I Sardi sono incapaci di amarsi, perché immaginano il “progresso” come un processo che necessariamente li porta lontano da sé stessi.

Per troppo tempo i “progressisti” hanno salutato l’alienazione come, appunto, “progresso”.

Oggi i progressisti sardi sono lì a leccarsi le ferite, a piangere sull’umiliazione di essere diventati i redentori di Berlusconi.

Balla! Bella figura ki eis fatu!

Beni fatu!

Vi siete fidati degli–e affidati agli–Italiani ed eccovi la ricompensa!

Progresso significa partire dal punto A per arrivare al punto B.

Per arrivare a B, bisogna sapere dove è A.

Devi sapere quello che sei, se vuoi diventare qualcosa di meglio.

La scelta è quindi tra un divenire un Sardo migliore o rimanere–perché oggi questa è la situazione–un sardignolo, un’italiano di serie B.

Cari progressisti sardignoli, la vostra italianità è inventata, immaginaria, come la lingua che parlate.

E la scuola lo sa bene e vi scrocoriga!

Ah, pardon!

Non scrocoriga voi, sardignoli privilegiati, ma i più deboli.

Quel 36%  di giovani Sardi che non sa leggere un testo semplice in italiano.

Ma a voi, progressisti fighetti, di loro non importa niente.

Chissà perché poi votano Berlusconi o Grillo?

I “progressisti” sardi non rappresentano quelli che dovrebbero rappresentare: i Sardi pù sardi e, quindi, socialmente più deboli.

Insomma: un Partito Progressista Sardo non può che essere il Partidu Natzionale Sardu.

Un partito che metta insieme le forze riformatrici che voglio andare avanti, ma con la coscienza ben radicata di partire da quello che siamo: Sardos, nel bene e nel male.

Un partito che si faccia carico dei bisogni di tutti quei Sardi che non possono o non vogliono salire sul carro dell’alienazione sardignola, che non possono o non voglio cibarsi degli avanzi–sempre più scarsi–che cadono dalla tavola italiana.

Progressismo vuol dire scegliere per le cose buone che costituiscono la nostra identità e accettare, ma lasciandocele dietro come passato, le cose meno buone.

Progressismo vuol dire prendere atto della nostra condizione (neo)coloniale per avviarci verso l’indipendenza culturale e, quindi, col tempo, economica.

I Sardi devono imparare ad amarsi.

de Roberto Bolognesi

http://bolognesu.wordpress.com/2013/04/25/i-sardi-sono-incapaci-di-amarsi/

Non b’at duda peruna: su sardu ddu sunt ochende is Sardos e totu

roberto bolognesi, limba sarda, facebook, internet, lingua sarda

Forsis est sceti mandronía.

Inertzia.

Pagu intelligentzia.

Comenti-ki-siat ne-mancu in FB is Sardos scrient in sardu.

Deo tengio 680 amigos in FB.

Prus de 550 de custos sunt Sardos e est gente ki, a su prus, m’at chircadu pro su ki fatzo pro sa limba.

Medas sunt indipendentistas.

Oe m’apo castiadu cantos sunt is novas scritas in sardu–o in sardu e in italianu–ki essint in sa “home” cosa mia.

De is primas 100 novas, sceti 8 sunt scritas in sardu o in sardu e in italianu.

E sa metade su custas pagas novas in sardu sunt totu de su propriu pitzocu.

Is cummentos a is novas in italianu sunt semper in italianu e sunt semper medas de prus de is cummentos in sardu.

Antzis po custas 8 novas in sardu non agatas cummentu.

Mi nde puru abigiadu ki amigos ki a mie mi scrient in sardu, scrient sceti in italianu a is áteros.

E custa est sa situatzione comente dda bido deo, dae intro a unu giru de persones ki sunt in majoría interessadas a sa limba e fintzas indipendentistas.

Duncas, FB pro me est unu “osservatorio privilegiato”, dae inue potzo bier meda de su ki sutzedit, in sardu, in sa retza: in sa grefa de is amigos mios est craru ki bi sunt de prus meda persones ki scrient in sardu.

E custa est sa situatzione: una cosa comente s’8% de sa comunicatzione sutzedit puru su sardu.

Tando si podet bier ki ne-mancu is indipendentistas e sa gente interessada a su sardu imperat sa limba nostra in sa retza e in unu giru de persones ki non funt disconnotas in totu.

Is amigos mios de FB sunt is primos ki non faxent nudda–o tropu pagu–pro nde bogare su sardu dae su ghetu e pro nche ddu furriare torra a limba normale.

Ne-mancu in una situatzione fatzile e pagu formale ke FB.

Paret arribbada s’ora de serrare sa butega.

L’ultimo parlante del sardo spenga la luce.

 

de Roberto Bolognesi

http://bolognesu.wordpress.com/2013/04/04/non-bat-duda-peruna-su-sardu-ddu-sunt-ochende-is-sardos-e-totu/

FILS e linguistica delle caverne – de Roberto Bolognesi

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Mi hanno raccontato che il il corso FOLS  è andato molto bene.

Mi dicono che le prime due giornate del FOLS siano state di altissimo livello e che l’educazione politico-attivistica- sociologica e giuridica è sempre in primo piano. I docenti sono tutti qualificati e gli allievi contenti. Anche molti di quelli che pendevano dalla labbra dell’università, rispetto alla questione “logudorese-campidanese” si stanno ora ponendo dei seri problemi e si chiedono se non siano stati imbrogliati dall’accademia mangiasoldi per tutti questi anni.

Sarà che la formazione degli operatori linguistici l’ha fatta direttamente la Regione con l’ausilio di una dittà specializzata individuata sul mercato con regolare gara d’appalto?

Mi arrivano voci che richiedono di organizzare i FILS, per gli insegnanti di sardo, allo stesso modo, anziché affidarli nuovamente alle università italiane di Sardegna.

Ma come, direte voi, ci stai raccontando che il corso FOLS fa politica linguistica? Che i docenti si schierano a favore dell’unitarietà del sardo e del suo utilizzo ufficiale?

Ma allora non è meglio l’università, che ci garantisce  la sua indipendenza e la neutralità scientifica dei suoi docenti?

La neutralità delle università italiane di Sardegna?

Prendiamo la questione dell’unitarietà del sardo: esistono due posizioni scientifiche.

Forse che l’università italiana le insegna entrambe?

Alle università italiane di Sassari e Cagliari si insegnano soltanto le cose che in proposito hanno scritto Wagner (le più attuali sono del 1951 A.C.) e i suoi seguaci trogloditi.

Le ricerche di Contini e di Bolognesi , che smontano le tesi del Tedesco, vengono sistematicamente ignorate.

Le università italiane di Sardegna, quindi, non sono affatto neutrali.

A parte il fatto che anche nella scienza bisogna scegliere una posizione e l’unica neutralità possibile è quella del metodo impiegato per condurre le proprie ricerche, se fossero neutrali, gli accademici sardi insegnerebbero anche le cose che contraddicono Santu Max e i suoi fedeli.

Ma questa parzialità, evidentemente, è un loro diritto sacrosanto: gli accademici sardi sono dipendenti dello stato italiano e hanno tutto il diritto di farne gli interessi.

Come hanno tutto il diritto di affidare i corsi di formazione per insegnanti a operatori del livello di Mario Puddu e Andrea Deplano.

Liberissimi di farlo!

Così come l’università di Sassari aveva tutto il diritto–nella sua sacrosanta indipendenza–di proporre i corsi di “Botanica vegetale” e “Immoralità della filosofia morale”.

Tutti rigorosamente nella loro lingua nazionale: l’italiano.

Le università italiane di Sardegna hanno tutto il diritto di essere parziali, partigiane, schierate con l’italiano e contro il sardo, schierate con la linguistica delle caverne e contro quella contemporanea.

Ci mancherebbe altro!

Purché non siano i Sardi a pagarle per farlo.

Qui devo dare ragione alle voci che mi sono arrivate: non è giusto pagare con i nostri soldi la propaganda antisarda delle università di Sassari e Cagliari.

Mario Puddu è libero e deve restare libero di continuare la sua campagna contro la LSC.

Ma non può essere la RAS a pagarlo per boicottare la sua proposta di lingua unitaria.

E ita cosa? Corrudos e cullionados!

L’università di Cagliari è liberissima di schierarsi dalla parte dell’oscurantismo antiscientifico di Wagner e dei suoi scherani, ma lo faccia a spese sue.

Vogliono continuare a raccontarci la favole del sardo diviso in due?

Lo facciano pure, ma non è la RAS che deve finanziare la linguistica delle caverne.

Continui pure lo stato italiano a finanziare i deliri sentimentali del Tedesco, visto che è suo interesse continuare a spargere il veleno del sardo diviso in due.

La Regione Autonoma della Sardegna è meglio che organizzi da sé i corsi di formazione per insegnanti del sardo.

Cioè, nei Piani Triennali la Regione afferma un certo concetto della lingua sarda, per cui non può poi affidare la delicatissima formazione degli insegnanti ai nemici di un’idea moderna della lingua: i filologi e i linguisti cagliaritani e turritani. Il risultato sarebbe scontato.

Come ha gestito, infatti, l’università di Cagliari  la formazione degli insegnanti FILS?

Quello del FILS È stato, a giudicare dal dibattito che c’è stato in internet, un risultato sofferto, discutibile, contradditorio, politicamente discutibile.

Sostanzialmente l’errore che ha fatto, e che adesso la Regione deve evitare, è quello  di affidare una cosa delicata come la formazione in politica linguistica, a coloro i quali non fanno linguistica moderna, ma linguistica delle caverne.

È ora che le università italiane di Sardegna si paghino da sé la propria propaganda antiscientifica e antisarda.

 

de Roberto Bolognesi

 

dae http://bolognesu.wordpress.com/2013/01/31/fils-e-linguistica-delle-caverne/#comments

E immoe tocat a faer su materiale didaticu – de Roberto Bolognesi

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Non est kistione de abetare sa die ki  renescimus a faer intrare su sardu in sa scola pro incumentzare a cuncordare su materiale didaticu ki serbit.

Iant a passare áteros annos innantis ki siat prontu.

Totus is áteros ant fatu sa parte issoro: is scritores ant produsidu prus de 200 romanzos; is tradutores ant furriadu in sardu un’áteru muntone de operas; s’universidade de Casteddu at fatru su primu cursu pro formare is maistros de scola.

Immoe serbint antologías de literadura sarda e de literadura mondiale furriada in sardu.

E serbint a livellos diferentes de dificultade.

Serbint libbros de biologia (flora e fauna) de sa Sardinnia in sardu.

Serbint libbros de storia e de geografia in sardu.

E forsis su restu puru, si renescimus a faer intrare su sardu ke limba veicolare in sa scola: sa cosa de importu prus mannu!

E tando, est a si ponner a trabballare.

Su ki serbit est un’investimentu in su benidore: intra de unos cantos annos nch’at esser unu mercadu pro custos libbros.

Puru su tempus de sa gente ki trabballat po de badas depet acabbare.

E si est berus ki s’initziativa iat a deper partire dae sa Regione, est berus puru ki non bi bolet meda a cumprender su ki serbit.

Est tempus de si ponner a trabballare!

 

 

dae http://bolognesu.wordpress.com/2012/10/27/e-immoe-tocat-a-faer-su-materiale-didaticu/

Corongiu alla riscossa – de Roberto Bolognesi

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Corongiu è tornato.

 Balla!

Giuseppe Corongiu è di nuovo in sella come direttore del servizio lingua della Regione. E si vede.

 Si vede dal numero delle iniziative subito messe in campo.

 E dalle reazioni dei nemici della lingua che da subito hanno ricominciato il lavoro di disturbo e di sfiancamento:  interrogazioni, polemiche, attacchi.

Insomma le solite cose che abbiamo visto in questi anni .

 Però come sempre, come da copione, le polemiche alla fine non pagano mai. Si spengono laddove nascono, per inerzia.

 In realtà, invece, la politica del Movimento Linguistico va avanti e guadagna terreno li proprio li dove sembrava più debole.

 Il ceto dirigente sardo, la classe giornalistico-editoriale egemone sta sdoganando l’idea di sardo che in questi anni noi abbiamo portato  avanti.

 E’ bastato vedere come si è trasformata in un successo mediatico la presentazione dei capolavori della letteratura mondiale tradotti in sardo.

 Una presenza televisiva e giornalistica importante che ha zittito disturbatori, nuovi e antichi avversari e i dubbiosi di sempre.

 Probabilmente, siamo alla vigilia di una svolta.

 In ogni caso tira un’aria nuova e si vede anche dal numero di visite a questo blog e a quello di Biolchini, dopo il suo forte pronunciamento.

Mai come adesso, questo animale strano di cui facciamo parte, il Movimento Linguistico, è vicino ad imporre, se non l’egemonia, almeno  la sua esistenza necessaria alla società culturale sarda, quella ancora ferma alla lezione di Grazia Deledda e Wagner.

 Basta poco, ma ci sono voluti anni di lavoro per arrivare a questo punto.

 Del resto il Movimento Linguistico è un animale strano: è ancora abbastanza antagonista e underground, ma ha anche una sua propaggine  istituzionale e  legittimata dalla politica regionale.

Come Corongiu appunto.

Ha un suo seguito popolare, ma anche segmenti economici di un certo rilievo nell’ambito delle piccole case editoriali e delle società, fondazioni e associazioni che gestiscono le risorse della politica linguistica.

 Politicamente si avvale di organismi ficcanti quali Su Comitadu de sa Limba Sarda e contatti trasversali in molti partiti. Sta riallacciando i nodi con un mondo sardista-indipendentista che negli anni scorsi si era sfilato dalla questione.

 E’ forse ora però di sferrare l’attacco finale.

 La società sarda è pronta a cogliere la centralità e la novità della questione linguistica.

Il declino dell’Italia, gli attacchi grossolani a lingua e autonomia, stanno rafforzando la (ri)presa di coscienza identitaria.

 Manca poco. Ma Corongiu, e gli altri leader del Movimento Linguistico, devono avere più coraggio, devono osare. Devono buttare il cuore oltre l’ostacolo.

 A mio parere le cose da fare sono queste:

 1)      Trovare una soluzione alla questione accademica: gli universitari sardi sono irrecuperabili.

2) Il Movimento Linguistico deve cercare delle alternative alla loro linea di conservazione culturale e deve avere una politica più decisa sui finanziamenti. Sono necessari almeno dieci milioni di euro all’anno per una politica linguistica almeno decente.

3)      Confermare la scelta di una lingua scritta unitaria, ma favorire un processo di meridionalizzazione più marcato e  il miglioramento della norma.

4)      Creare egemonia nella società sarda ribaltando i paradigmi della percezione della lingua nell’isola.

5)      Portare i disturbatori a una scelta: o rientrano nei binari di un normale confronto o rassegnarsi alla marginalizzazione.

6)      Se possibile non rompere con i portatori delle idee del mondo tradizionale e i vecchi leader del ML. Abbiamo bisogno anche di loro.

7)      Creare un legame politico più solido con la rinascita sardistico-neoindipendentista.

 Bisogna fare pressione e lobbying perché nel prossimo bilancio regionale la lingua abbia almeno dieci milioni di euro di finanziamento invece dell’attuale milioncino.  Bisogna organizzare una manifestazione a Cagliari sotto il Consiglio Regionale. Entro la fine dell’anno, prima che sia approvato il bilancio.

Bisogna creare un Istituto per la Lingua Sarda indipendente e finanziato dalla Regione che sopperisca all’incompetenza degli accademici sardi e alla loro adesione al nazionalismo italiano linguistico.  

Bisogna diventare più credibili per la politica regionale mainstream.

Bisogna continuare a occupare spazi mediatici e istituzionali.

 Bisogna cominciare a fare una politica linguistica “normale” non simbolica come finora è stata. Metà del lavoro è stato realizzato. La percezione popolare e sociale nei confronti della lingua è cambiata. E’ un successo, un successo di noi tutti e anche di Corongiu. Ma resta da fare l’altra metà del lavoro: fermare il declino della lingua parlata e rivitalizzarla. Per questo c’è bisogno di soldi, molti soldi.

 C’è molto da fare ancora. E non vorrei essere nei panni di Corongiu.


de Roberto Bolognesi

http://bolognesu.wordpress.com/2012/10/21/corongiu-alla-riscossa/