La Cassazione: “Il sardo è una lingua non può essere considerato un dialetto”

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Il sardo non è “un mero dialetto”. Lo dice la Cassazione che però boccia la richiesta di Doddore Meloni per il mancato utilizzo della limba in un processo.

Il sardo è una minoranza linguistica, riconosciuta dalla legge, e come tale è lecito per l’imputato chiedere di essere interrogato o esaminato nella madrelingua. Lo sottolinea la Cassazione, che, riconosciuto il principio, ha però respinto per una questione procedurale la richiesta dell’indipendentista sardo Salvatore Meloni, noto come ‘Doddore’, di invalidare la decisione di negargli il patrocinio a spese dello Stato per il “mancato utilizzo nel processo del dialetto sardo campidanese”. “La lingua sarda – dicono i giudici della quarta sezione penale – non può considerarsi mero dialetto, ma costituisce patrimonio di una minoranza linguistica riconosciuta” e va tutelato il diritto alla difesa. Ma va fornita una prova “formale” della appartenenza al territorio tutelato, cosa che Meloni non aveva fatto. Per cui la Cassazione ha bocciato la sua richiesta.

 

artìculu leadu dae S’Unione Sarda

“Il sardo è una lingua normale ma le Università non lo sanno”

Sergio Milia

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Più che soddisfatto dei finanziamenti e dell’attenzione che è riuscito ad attirare sulla lingua sarda, decisamente deluso dal rapporto con le due Università sarde nella partita del bilinguismo.
Ieri mattina la conferenza stampa di presentazione dell’ottava Cunfèrentzia Regionale de sa Limba Sarda ha rappresentato per Sergio Milia l’occasione per un bilancio della sua attività da assessore – almeno nell’ambito linguistico – e per tracciare sulla lavagna un rapido elenco di buoni, meno buoni e cattivi nella battaglia per riportare il sardo nel panorama quotidiano dei sardi.
Tra gli ultimi ci sono i docenti universitari ma anche i rappresentanti del governo: «In un colloquio riservato con il ministro Kyenge – ha detto in apertura Milia – ho sollevato il problema dell’integrazione. Ovvero: i sardi non sono integrati in casa loro, il governo ancora tarda a darci quello che ci spetta».
IL PROGRAMMA Le politiche da sviluppare – da confermare o da reinventare – per ridare vita all’idioma saranno al centro della Conferenza, che si apre domani pomeriggio alle 16 a Castelsardo, nella sala conferenze del Castello. Dopo gli interventi di Milia e del presidente della Regione Ugo Cappellacci, si alterneranno i relatori su tre aree tematiche: Antonio Ignazio Garau della Coop L’Altra Cultura di Oristano e Fabrizio Dettori (indicato come rappresentante della “Minoranza linguistica sassarese”) parleranno per l’area “Familias”; per “Artes” interverranno Teresa Soro (attrice), Bustianu Pilosu (presidente dell’associazione regionale Tenores) e Clara Farina (attrice) e per la Musica a prendere la parola saranno il docente Antonio Deiara, la cantante Maria Giovanna Cherchi, Ignazio Perra (docente al Conservatorio di Cagliari) e il cantautore Piero Marras. I lavori, coordinati dal giornalista Paolo Pillonca, riprenderanno sabato mattina alle 10 con le relazioni di Giovanna Tuffu (Sportello linguistico regionale) e Michele Ladu (Sportello linguistico regionale), per quanto riguarda la letteratura interverranno gli autori Antonio Buluggiu e Giuseppe Tirotto, Antonio Canalis del premio Ozieri di letteratura sarda e la poetessa Anna Cristina Serra, mentre l’insegnante Antonello Sassu interverrà sulla scuola.
Questo il programma di una conferenza che si sarebbe tenuto sul finire dello scorso anno «se gli eventi luttuosi che hanno colpito la Sardegna non ci avessero indotto a rinviarla».
Un appuntamento che per Milia «non deve avere nulla di celebrativo né di autocelebrativo: deve e vuole essere una fiammella che tiene viva la questione della nostra identità, così particolare, e che deve ricordare ai sardi – a volte così distratti, in particolare nella mia città – che esiste un’altra storia, una storia diversa da quella che ci viene propinata dai libri di testo scritti oltretirreno».
I FINANZIAMENTI Dalla sua parte, ha detto Milia, ha avuto il Consiglio Regionale, che ha finanziato l’impegno per il bilinguismo in misura sempre crescente: «Le risorse sono cresciute del 300 per cento – ha riassunto l’assessore augurandosi che il prossimo Consiglio sia almeno altrettanto sensibile – e dal milione e mezzo stanziato per l’ultimo anno della presidenza Soru i fondi sono cresciuti fino ai 9,6 milioni dello scorso anno». Lodi anche ai dirigenti e ai loro collaboratori, con un ringraziamento esplicito per Antonio Conti, direttore generale dell’assessorato, e per Pepe Corongiu, direttore del servizio Lingua e Cultura Sarda. Proprio Corongiu ha spiegato che nell’Isola – dove comunque all’ultimo censimento sulle competenze linguistiche il 66,4 per cento degli intervistati ha detto di conoscere il sardo – si può considerare compiuta metà del lavoro: «Resta l’altro cinquanta per cento», cioè coinvolgere pienamente le famiglie e le scuole. Per ora si parte da quel trenta per cento di istituti scolastici isolani che hanno accettato di inserire l’insegnamento del sardo in classe. Non pochi, se si considera che siamo in una fase iniziale: «Un gap culturale di questo tipo – ha spiegato Milia – non si colma in poco tempo».
GLI ATENEI Si colmerebbe più in fretta – pare di capire dalle dichiarazioni dell’assessore in chiusura di conferenza stampa – con una maggiore collaborazione da parte degli atenei. O forse semplicemente con una qualche collaborazione: «Rispetto al rapporto con le scuole, quello con le università effettivamente ha inciso molto meno. Da che cosa dipende? Non saprei, ma immagino che si possa spiegare col fatto che le Università sono culturalmente portate a ricoprire una posizione di predominio, mentre in questo caso noi abbiamo letteralmente ribaltato il tavolo facendo, o cercando di fare, del sardo una lingua normale». E le ultime quattro parole sono, non a caso, il titolo del testo recentemente pubblicato da Corongiu, che per il suo approccio al sardo come un idioma unico con più sfumature – e non come arcipelago di lingue diverse, come logudorese e campidanese – e per le sue considerazioni sulle politiche del bilinguismo gli ha attirato qualche attenzione polemica, a cominciare da quella del rettore dell’Università di Sassari Attilio Mastino.
Probabilmente, ha ipotizzato Paolo Pillonca, gli atenei si troverebbero in difficoltà a trovare al loro interno i docenti a cui affidare lezioni e corsi di studio.
Ma Milia sul tema non aggiunge altro, e in particolare si tiene a distanza – da sassarese – dalle diatribe su logudorese, campidanese e varianti: «Non sono un polemista linguistico, mi limito a osservare e a ritenere che la nostra lingua debba essere intesa innanzitutto come un collante per la nostra società, per la nostra identità».
Celestino Tabasso

 

Da L’Unione Sarda del 09/01/2013

Colonialismu nou o betzu?

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Artìculu Unione Sarda pro sos cartellos bilingues. Non los cherent bogare ma colorare a tabachinu. Ma custu sa lege non lu narat, est sa tzirculare chi ponet paris art. 37 Codice della strada cun art. 137 Regulamentu chi faeddat però de sinnales turìsticos. Duncas est un ‘interpretatzione chi podet èssere controida a manera simple. In tabachinu andant fatos àteros cartellos, ma non cussos de inghitzu e fine de bidda. Bene su chi narant Mauro Pili e Sergio Milia. Bene s’Unione chi dat logu a sa chistione. Est unu clàssicu de su colonialismu linguìsticu italianu ipòcrita, chi in su libru meu ‘Il sardo una lingua ‘normale’ apo assimigiadu a s’orientalismu: non ti nego chi b’est una limba, ma ti la muto dialetu e ti la mudo a manera folclorìstica e turìstica. Non normale. Gasi tue etotu imparas a sa sola a la crisare. Tando est importante a nàrrere a sos sìndigos chi sos cartellos si podent fàghere, mancari sighende semper sos inditos de s’ufìtziu regionale.

 

de Pepe Coròngiu